“Senza guscio”
La osservo, in questa serata grigia di pioggia indecisa, di nuvole basse, di
suole consumate che si sottraggono alle strade consuete.
Osservo, restando ferma ai bordi della creusa, la limaccia, lumassa bousa, e
relativizzo alla mia immobilità il suo moto.
Procede impercettibile, implacabile e inconsapevole, neppure conscia di una
precarietà che sa di eterno, nel suo riproporsi inevitabile.
Trascorre l’orto, la strada e il tempo con costante lentezza, con sfuggente
determinazione.
Scivola viscida sulla scialba e sottile scia lasciata.
Nulla difende il corpo molle e oblungo: flaccida nudità ondulante su muco
vischioso.
Nella viridità di erbe e muschi si inoltra, strisciando quieta.
Oscuro è quanto nell’umidore si cela, ma rifugge luce e calore: appartiene
alle sfumature della sera, alle ombre della notte, alle serene inquietudini
del riposo altrui. Cerca, nel rezzo amico, polpa di piante generose e foglie
che la sostentino e la proteggano.
Si nasconde. Il necessario piacere dello sfuggire. La scelta obbligata. La
sua natura.
Ovvio riconoscersi in quel corpo indifeso, nudo di inconsistente
vulnerabilità, nel suo scivolare invischiato del proprio umore.
Immagini di un’infanzia di paese materializzano ombre di vecchi: ingoiano
limacce vive, persuasi che la bava avrebbe sanato uno stomaco ulcerato di
fatica e dolore. E poi un bambino: ginocchia, graffiate come le mie,
affondano nella terra bagnata dopo il temporale. Nel piccolo pugno stringe
sale. Si china sulla limaccia che spunta nell’erba. Una neve di infiniti
cristalli si posa sul corpo scuro e molle, che ora si contorce, si asciuga,
si spegne in un’agonia crudele, da cui scappo inorridita.
E’ celata, ora, al mio sguardo, inghiottita da un anfratto gentile.
Resta di lei la scia d’argento, preziosa come le vite inutili.
Insensato il mio restare immobile. Ma sento che il sale sta bruciando anche
me.
Aglaja